Renzo Piano: l’essenza dell’architetto e lo spirito di avventura

«Nel porto tutto vola, è leggero … e della mia città ho portato via con me il silenzio, la capacità di ascoltare, la pazienza, l’impertinenza di saper aspettare e quella bellezza che è legata alla leggerezza di qualcosa sospeso sul mare» – così parla della sua città natale, Genova, l’architetto Renzo Piano in un dialogo con Francesco Merlo per Repubblica delle idee, un’affermazione che, sola,  racchiude l’essenza stessa dell’architettura secondo l’ormai senatore a vita e vincitore del Premio Pritzker consegnatogli alla Casa Bianca, nel 1998, dal Presidente degli Stati Uniti Bill Clinton.

Un rapporto sviscerale lega, dunque, Piano al capoluogo ligure dal quale ha saputo trarne la luce, la leggerezza, il silenzio, divenendo parte fondamentale del suo bagaglio come uomo prima e architetto poi. Ma Genova è una città troppo stretta per chi è animato dalla voglia di scoprire, di creare, motivo per il quale l’architetto emigra all’estero: dopo aver lavorato qualche anno nello studio di Franco Albini, suo mentore italiano, si trasferisce prima a Parigi, dove frequenta presso la Conservatoire National des Arts et Métiers le lezioni di Jean Prouvé, poi viaggia tra gli Stati Uniti e l’Inghilterra per completare la sua formazione.

In numerose interviste da egli rilasciate ama definirsi costruttore: considerata la più antica professione del mondo il cui fine ultimo è quello di riparare l’uomo, realizzando abitazioni, città. Fare architettura per Piano significa per l’appunto «fare per gli altri». L’uomo del nostro secolo cerca la quiete per potersi ritrovare e l’architettura è anche l’arte di creare luoghi per il silenzio, la meditazione, l’emozione. Un mestiere, dunque, che non lascia alcun margine d’errore, poiché si rischia di intaccare la vita stessa dell’uomo. Ed è alla figura eccelsa del Brunelleschi che egli s’ispira, ma non per via dell’aurea artistica, quanto come costruttore: uno che, dopo aver imparato il mestiere, l’aveva sublimato.

Fondamentale il rapporto di ogni opera nella città nella quale  viene realizzata. Gli edifici, anche quelli che vengono pensati per il centro di New York o di Parigi, come quelli pensati per le aree del Pacifico o per il Trentino, devono comunicare, essere accessibili, spazi di incontro tra le persone e luoghi di cultura. E sono,  sottolinea l’architetto, proprio i luoghi di cultura, che siano di arte, di musica o di scienza, quelli che rendono belle le città.

Una costante ricerca e sperimentazione nei riguardi dei materiali, delle tipologie strutturali e una forte vena anti-accademica contraddistinguono la sua cifra stilistica. Non a caso l’architetto italiano, nel discorso per il premio Pritzker, parla anche di Galileo come modello di disubbidienza, più che di tecnica: «uno che, invece di usare il cannocchiale per guardare le navi, lo punta verso il cielo e osa mettere il naso in cose proibite».

Nel ’71, Renzo Piano e Richard Rogers, insieme a Gianfranco Franchini vincono il concorso internazionale per il Beaubourg, noto come Centre Georges Pompidou, a Parigi (Fig. 1). Tale progetto, audace e rivoluzionario, gli permise di raggiungere la fama internazionale. Per lungo tempo è stato considerato come il manifesto dell’architettura high-tech e della tecnologia, un appellativo che lo stesso Piano, però, definisce erroneo. Il progetto del Beaubourg, come ha affermato l’architetto, è piuttosto una specie di voluto sberleffo alle istituzioni, dettata dalla volontà di ribellione al confinamento della cultura in luoghi specialistici, e un tentativo di farne una fabbrica, un’officina, un opificio. L’opera è riuscita addirittura a dividere l’opinione pubblica: da una parte quelli che amano il Beaubourg, dall’altra quelli che lo odiano. Nonostante le numerose polemiche, l’edifico è divenuto monumento nazionale, «forse perché cascato nel momento giusto – come sostiene l’architetto – quando i musei hanno smesso di essere luoghi inaccessibili e sono diventati accessibili», un’istituzione culturale, dunque, all’insegna della multidisciplinarità, interamente dedicata all’arte moderna, a cui si affiancano anche una vasta biblioteca pubblica, un museo del design, attività musicali, cinematografiche e audio-visive.

Fig. 1. Parigi, il Beaubourg (Centre Georges Pompidou)
Fig. 1. Parigi, il Beaubourg (Centre Georges Pompidou)

Una prerogativa alla base di ogni progetto di Piano è il saper ascoltare, il saper cooperare con il proprio committente, poiché ascoltare non significa obbedire, o cercare compromessi, bensì cercare di capire per creare progetti migliori. Emblema di questo suo “credo” è sicuramente la Manil Collection, un museo realizzato da Piano nel ’81, situato in un quartiere residenziale di Houston. Un tripudio di luce, trasparenza e leggerezza (Fig. 2).

Fig. 2. Houston, Manil Collaction
Fig. 2. Houston, Manil Collaction

Sempre presente nei luoghi in cui dovrà sorgere un edificio, per studiarli ed analizzarli morfologicamente, anche quando costruisce sul nulla, come sull’acqua dell’aeroporto di Osaka in Giappone. Costruito fra l’87 e il ’94 è situato su un’isola artificiale. Renzo Piano vi realizza il progetto per il terminal, la cui copertura ricorda l’ala di un aereo. L’aeroporto è un toroide lungo due chilometri, con un asse di rotazione di diciassette chilometri. Una struttura molto leggera che distribuisce bene gli sforzi sismici, se fosse piatta, infatti, “andrebbe dove vuole” (Fig. 3).

Fig. 3. Giappone, Aereoporto internazionale di Osaka
Fig. 3. Giappone, Aereoporto internazionale di Osaka

Per integrare al meglio gli edifici con l’ambiente circostante, Piano studia e rispetta accuratamente le tradizioni dei popoli locali, proprio come accade nella realizzazione del Centro Culturale Jean-Marie Tjibaou a Nouméa. Il complesso, costruito tra il ’95 e il ’98, volto a celebrare la memoria del leader indipendentista della comunità Kanak, morto in seguito ad un attentato nel ’89, è costituito da dieci capanne di diverse dimensioni, volte verso la baia di Nouméa (Fig. 4).

Fig. 4: Noumea, Centro culturale Jeanne-Marie Tjibaou
Fig. 4. Noumea, Centro culturale Jeanne-Marie Tjibaou

Considerata emblema della religiosità nel sud Italia è la chiesa per San Pio da Pietrelcina in San Giovanni Rotondo, fu realizzata dall’architetto ligure tra il ’98 e il 2004 (Fig. 5). Luogo perfetto di raccoglimento, di pensiero, costruito al servizio di ogni fedele. Qui c’è da rispettare qualcosa di ben più complesso della semplice memoria collettiva, bisogna rispettare una memoria liturgica: la chiesa è un luogo dove si è abituati ad avere un rapporto, ben preciso, tra il punto dove si è seduti e l’altare, ti aspetti elementi particolari ma riconoscibili a partire dalla luce, dall’acustica, dalla pianta, dai materiali.

Fig. 5. San Giovanni Rotondo, Chiesa di San Pio da Pietrelcina
Fig. 5. San Giovanni Rotondo, Chiesa di San Pio da Pietrelcina

«Rispettare la pianta non copiando quella del passato bensì andando a cercare quelli che sono gli elementi e i motivi importanti. Poi c’è il tema della luce, dell’immateriale. Si entra in un gioco importante. Una chiesa è, da sempre, uno spazio in penombra, uno spazio, come ci ha insegnato Gian Lorenzo Bernini, avvolta da una luce diffusa, fioca, di cui non si vede la fonte, che viene interrotta improvvisamente da un fascio diretto di cui si vede la sorgente. A San Giovanni Rotondo la luce indiretta arriva dal leggero stacco della chiesa, che è immersa nel verde. Viene debolmente riflessa mentre l’altare è illuminato da un cannone di luce che proviene dall’alto»

L’evocazioni delle cattedrali del passato è una costante in questo lavoro di Renzo Piano: nelle dimensioni, nell’uso della luce, nel suono, con un gigantesco organo da oltre seimila canne, una cripta progettata per fare da cassa di risonanza, panche studiate per avere il giusto tempo di riverbero, sei secondi, il triplo di una buona sala d’auditorium. Nessun significato metafisico nel progetto della spirale, bensì un’eccellente soluzione che consente la perfetta visibilità dell’altare. Ogni arco è stato geometrizzato, composti da conci di pietra tutti diversi uno dall’altro, tagliati a Massa Carrara da una macchina a controllo digitale progettata appositamente dal Piano.

Innumerevoli sono gli edifici da egli realizzati, divenendo uno dei più noti, prolifici e attivi architetti a livello internazionale, grazie anche alla fondazione, nel 1981, del Renzo Piano Building Workshop con uffici a Genova, Parigi e New York  e nel 2006 è il primo italiano a essere inserito dal Time nella Time 100, l’elenco delle 100 personalità più influenti del mondo, nonché tra le dieci più importanti del mondo nella categoria Arte e intrattenimento.

Un nome, dunque, divenuto un’eccellenza Made in Italy in tutto il mondo. Nota ormai è una sua intervista rilasciata a Fabio Fazio, nel 2010, durante un suo programma televisivo, rivolta ai giovani:

«… Andare via o restare? I giovani devono andare via, ma per curiosità e non per disperazione e poi devono tornare. Partire per tornare. Andare per capire il resto del mondo, ma anche per capire se stessi. Perché c’è un italianità, che non è quella dell’orgoglio nazionale!… perché noi italiani siamo dei nani sulle spalle di un gigante. Il gigante è la cultura, la cultura antica, che ci ha lasciato la capacità di cogliere la complessità delle cose, articolare i ragionamenti, tessere arte e scienze assieme … e questa è una capacità enorme. E per questa italianità c’è sempre posto a tavola, in tutto il mondo!»

Fig. 5. Londra, Shard Bridge.
Fig. 5. Londra, Shard Bridge.

 

Maria Celeste Sorrentino

 

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